Tonya Harding è stata una delle più grandi pattinatrici artistiche della storia, l’unica americana mai capace di eseguire un triplo axel e una delle poche al mondo. Tonya inizia a pattinare da piccolissima, in una famiglia disastrata in cui la madre è il terribile e saldo centro che la spingono a continuare e perseguire il proprio sogno. Non c’è romanticismo in questo, piuttosto si tratta di un vero e proprio inseguimento del sogno, fatto con rabbia e violenza, determinazione e frustrazione. Perché Tonya non incarna nessuno dei valori che la pattrinatrice U. S. A. deve incarnare: reduce miracolosa di una famiglia meschina che a sua volta si è costruita una famiglia violenta e folle. Tra botte, vestiti cuciti a mano, fucili a canne mozze e allenamenti estenuanti Tonya è rimasta nella storia sportiva anche e soprattutto per un terribile fatto di cronaca che l’ha vista coinvolta ai danni della sua “rivale”.

Tratto da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia con Tonya Harding e Jeff Gillooly – così si apre il film che trae tantissimo dai numerosi materiali d’archivio e i tanti video YouTube su Tonya Harding per raccontare una storia drammaticamente vera nonostante appaia surreale. Soprattutto la stupida cattiveria del marito di Tonya e del suo degno compare appare immotivata e sconclusionata, un gesto del tutto sconsiderato che distrugge la carriera della moglie togliendole l’unica cosa che sa fare, appunto pattinare. Le motivazioni non sono nemmeno inscrivibili in un gesto egoistico, ma solo nella stupidità di uomo incapace di fronteggiare i propri fantasmi.

Nonostante i fatti raccontati siano drammatici e molto forti, la sceneggiatura e l’interpretazione dei personaggi – tra cui spiccano titaniche Margot Robbie e Allison Janey – hanno una marcia ironica e grottesca, con un continuo cambio di prospettiva che porta lo spettatore a seguire le vicende con grande compenetrazione nel personaggio di Tonya e, al contempo, a disconoscerla replicando perfettamente il meccanismo affettivo delle relazioni della pattinatrice olimpica.

Io, Tonya è forse uno dei pochi film che ha il coraggio (e la solidità )di affrontare il tema della violenza domestica senza scadere, pericolosamente, nella totale giustificazione o, peggio ancora, in un racconto quasi romantico della violenza. Ancora una volta il meccanismo funziona grazie a una sana dose di black humour presentando una figura inedita, per la cinematografica, di donna che subisce violenza: una donna forte, una donna ambiziosa. La perversa relazione viene spiegata da Tonya stessa in maniera disarmante, in un confronto con la madre proprio sul marito violento: con te che mi picchi chissà da chi avrò preso l’insana idea di meritarmelo.

Tonya, nonostante il suo talento violento e bruciante, rimane sempre una figliastra per la sua America. Una donna troppo umile, troppo maleducata, troppo cafona per incarnare il volto USA ai mondiali del pattinaggio artistico. Anche se è l’unica a saper eseguire – e ad avere il coraggio di farlo – un triplo axel. Così, figlia indesiderata, Tonya vaga continuamente alla ricerca di un modo giusto di essere, alla ricerca di un modo appropriato di cambiarsi.

Un film potente, senza fronzoli, preciso: un film che racconta non solo la storia di una donna e grande talento sportivo, ma la storia di un’america dove, se sei un figlio sgradito, nemmeno un talento accecante può farti accettare.

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