Elio ha diciassette anni negli anni ’80, quando vive una villa del XVII secolo con la famiglia italo-americana da qualche parte nella provincia bresciana. Diciassette anni, quell’età magica in cui sei chiuso in un mondo fatto di musica, libri e cerchi di divertirti con gli amici. Elio vive così una vita da eterna estate quando arriva Oliver, un giovane studente del padre con cui sta preparando domanda per il dottorato. Tra Oliver e Elio si instaura una tensione sessuale languida e fulminante, in un rapporto romantico struggente.

Chiamami col tuo nome è il film che vive d’arte, in equilibrio su una fotografia luminosa che ha il sapore delle vacanze estive, di quegli amori nati con delle scadenze ma non per questo meno struggenti e violenti. Con il sole che apre il diaframma, Elio naviga oltre la vista della propria sessualità e della scoperta dell’amore e del sesso senza mai cercare di darsi un’etichetta, ma solo ricercando quello che lo fa stare bene. Questo è un elemento narrativo perfetto di Guadagnino: non cerca mai di definire i suoi protagonisti né di dare risposte morbose circa il preciso orientamento sessuale. Piuttosto Guadagnino racconta una storia che vuole essere universale sugli amori estivi, che come acquazzoni ci sorprendono mentre camminavano e trasformano con violenza il paesaggio intorno a noi.

Arte, cultura, linguistica, pesche mature, musica e dance hall di provincia sono il teatro melanconico e luminoso di una storia d’amore di cui tutti abbiamo esperienza. La tensione insopportabile di voler trovare le labbra dell’altro, di voler farci l’amore, strappargli i vestiti e mordergli la pelle. Cercare, tra il timore d’essere scoperti e la spensieratezza di non importarsene poi molto, un momento in cui entrare in intimità con l’altro, di lanciarsi nel piacere profondo delle sue cosce e nell’ebrezza delle sue parole.

Elio adora Oliver come si adorerebbe un dio. Più volte, parlando col padre – direttamente uscito da l’Attimo Fuggente -, gli confessa di non sentirsi alla sua altezza. Il padre, capace di vedere dove il figlio con la sua gioventù non può, gli ripete mai stanco che Oliver pensa lo stesso di lui. L’insicurezza d’amare, di non essere all’altezza dell’altro, serpeggia romantica e nostalgico lungo le giovani braccia di Elio e trova la sua primavera nella battuta che dà il nome al film: Chiamami col tuo nome, e io ti chiamerò col mio. Così Elio e Oliver si scambiano le posizioni e quell’uomo che appare come un dio si fa carne davanti a lui. 

Da questo nasce la loro ambiguità senza tempo. Come se ti sfidassero a desiderarli. I corpi della nostra carne, i corpi dei nostri sogni.

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