Elisa non ha la voce e lavora come donna di servizio in un laboratorio con l’amica di una vita Zelda che, in compenso, parla per entrambe. In una quotidianità umile fatta di secchi sporchi e porte pressurizzate con dottori e uomini del governo senza scrupoli, Elisa scopre l’amore. E l’amore ha una forma inattesa: un essere marino potente quanto dolce catturato in Amazzonia. Sullo scenario della Guerra Fredda, U. S. e Soviet si contendono la creatura a fini militari, ma i fatti sfuggono al calcolo, trasportati dalla forza dirompente d’un amore.

Guillermo del Toro torna a farci sognare a occhi aperti come fu ne Il labirinto del fauno per raccontarci la storia di un amore possibile, un amore che nasce per caso e si costruisce nel comprendersi e nel conoscersi, un modo d’amare che sembra essere scomparso dalla grammatica dei film, tutti presi a raccontarci di passioni nate nel mutismo – quello vero – e nell’incomunicabilità. Una fiaba non per bambini, accattivante nelle sue digressioni grottesche, capaci di raccontare in un gesto o in una sensazione, tutta la storia dei personaggi. Un esempio è la bellissima scena di sesso tra il cattivo Richard Strickland e la moglie, a cui ricaccia in bocca le dita in putrefazione, una scena di sesso sporca se paragonata alla sensualità complice e paritaria di quella tra Elisa e l’uomo pesce. Perché Del Toro non tratta il sesso come una cosa di cui temere sul grande schermo, ma l’affronta di petto, sconcio e altissimo, per regalare le sfumature più dolci e amare della nostra umanità.

Elisa e la creatura acquatica sono due mondi simmetrici, che si specchiano l’uno nel mondo dell’altro invadendolo pacificamente delle loro visioni. E, paradossalmente forse, la creatura acquatica ci appare davvero come un dio che abbassa il suo sguardo sulla dolce Elisa, teneramente invisibile ad amici e mondo, e la guarda davvero, prima ancora di toccarla.

Elisa, un personaggio femminile forte e delicato, è una donna vittima della superficialità della cattiveria umana: orfana – il cognome omaggia la tradizione italiana per cui gli orfani avevano come cognome Esposito, derivante da esposto perché i bambini venivano abbandonati sulle ruote dei conventi e dunque lasciati esposti – rimasta muta perché da piccola le sono state recise le corde vocali, le cui cicatrici disegnano magicamente delle branchie. Il dolore, come spesso accade, si unisce all’amore: i ricordi amari, le loro ferite, sono sanati dalla potete taumaturgico dell’amore e del sentirsi accettati e speciali. 

Una colonna sonora perfetta di Alexandre Desplat si accompagna alla fotografia incantevole di Dan Laustsen (Crimson Peak) che oscilla tra i colori pastello di un film romantico ai neri noir di uno spy thriller, ma soprattutto che riesce ad emozionare creando quello che solo il Cinema può: la magia di vivere per qualche ora in un mondo diverso.

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