Giorgio VI è un uomo con un complesso d’inferiorità verso suo fratello e con un padre anaffettivo. L’insicurezza e la mancanza di amore lo hanno portato ad un’irrimediabile balbuzie che deve cercare di sconfiggere per leggere un discorso alla radio. L’amore gentile e caparbio di sua moglie (Helena Bonham Carter) e quello di un logopedista austriaco assolutamente sopra (tutte!) le righe – un indimenticabile Geoffrey Rush   proveranno a fargli superare tutte le sue paure.

Il Discorso del re è un film che mi ha molto colpito fin da subito: c‘è una sacralità e un’eleganza nello smantellare e umanizzare una figura regale che mi ha conquistato sin dalle prime scene, in cui un incerto e ricurvo Colin Andrew Firth attende di essere ricevuto da uno psicologo.
Il tema dell’insicurezza è un tema ben radicato nell’animo umano e parlare dell’insicurezza di un re sarebbe stato oltraggioso nel passato. Il condottiero kalòs kai agatòs – rimembranze del liceo classico, lett. bello e giusto – si deostruisce in un essere umano, con mille incertezze che si sente insignificante rispetto due modelli maschili tutt’altro che ammirevoli: il padre e il fratello. Lui invece, padre premuroso, marito fedele e uomo sensibile, è stretto dalla sua balbuzie che lo imbrigliano come una museruola al tacere nell’ombra.
Il film, con un regia elegantissima tipica di Tom Hooper, che narra le vicende con con quel gusto per i dettagli scenografici sempre curatissimi, meravigliosi, come lo studio del logopedista; si sposano con la fotografia in neri che diventano verdi scuri e bianchi bilanciati appena nell’azzurrino o in un tenue giallo, di Danny Cohen. Ma l’elemento portante sono le interpretazioni dei tre attori principali, che con uno sguardo, un gesto, un silenzio costruiscono personaggi non gridati,am di grande forza.

Un film elegante e che poco ostenta: richiede la calma e la sensibilità di un’attenta visione. Ma non deluderà, farà innamorare.

Voto