Louis è un ladro. Ruba rame, ferro, qualsiasi cosa gli capiti a tiro. Sogna qualcosa di più e l’ambizione non gli manca di certo, ma chi assume un ladro? L’intuito e soprattutto la spregiudicatezza lo portano a una grande intuizione: inserirsi nel business della notizia. Le news pagano, le news non dormono, le news invecchiano secondo dopo secondo. Non importa chi tiene la macchina da presa, non importa come: importa arrivare per primi, importa inquadrare quanto più da vicino le macabre rappresentazioni della vita per soddisfare l’occhio morboso dello spettatore.

Lo sciacallo è un film narrativamente molto semplice: è la storia di un giovane spregiudicato che vuole far soldi ed è pronto a lucrare sul dolore e sulla morte. Eppure ci troviamo davanti un film forte, duro, un film che s’incastra negli occhi e tutto grazie all’imponente interpretazione di Jake Gyllenhaall. Una fotografia cruda da cinegiornale mostra impietosa il business della notizia, la macchina spietata e poco umana che racconta “l’umanità”.

Luois non è semplicemente il frutto di una società meschina, lui ne è il figlio più autentico, l’unico che, nella vacuità delle strade svuotate e popolate solo di criminali e feriti, guarda famelico a quell’umanità dolente che riprende. Il suo desiderio, la sua ambizione è l’unico sentimento autentico e forse per questo “pulito” in un sistema sporco. Gli occhi azzurri di Luois sono un lampo nel buio delle newsroom, ma soprattutto indagano dietro lo schermo dove siede il motivo per cui i telegiornali vomitano morbosità: i telespettatori, noi.

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