Bob è una star americana in declino. È a Tokyo per girare uno spot di un wiskey e non conosce una sola parola di giapponese. Charlotte è disillusa e annoiata, trascinata a Tokyo dal marito fotografo osserva stanca la sua megalomania. Ed è a Tokyo che si incontrano, lì dove la lingua diventa un brusio incomprensibile a cui non riescono ad accedere. Le loro vite sono ridotte al silenzio.
Anime affini, che vagano perse per Tokyo. Un film elegante ci mostra un rapporto delicato fatto di distanze e intimità, di una vicinanza più che fisica: una vicinanza di anime strette tra loro seppur i loro corpi si sfiorano appena. Una fotografia bellissima in una Tokyo piena di luci eppure così melanconica, nella stretta della solitudine e dell’ individualismo. Si compone in haiku della composizione, attingendo ai colori pastello delle buste di plastiche, alle coltri patinate che spesso non ci permettono di comunicare tra noi. Quando gli involucri cadono al terreno e si infrangono, Bob e Charlotte rimangono nudi l’uno di fronte all’altro, insieme nella loro solitudine.

La sceneggiatura traduce l’incomunicabilità e la solitudine,in scambi di battute monosillabici e sospesi, frammentati, perduti. Una colonna sonora che ridisegna nella mia memoria Tokyo, divenendo LA colonna sonora della capitale nipponica. Interpretazione a due spanne da terra per Bill Murray e Scarlett Jonhasson, seguiti dalla regia elegiaca di Sofia Coppola fatta di luci, chiari-scuri e profili. Persi in una lingua non propria e in una vita che non gli sembra più la loro.

 

Bob: No, you smiled.
Charlotte: I did?
Bob: Yes, it was a complete accident. A freak. I haven’t seen it since. Just that one time.

Voto