In una Roma appassita nello smog, piccoli criminali sognano di fare il botto. Di diventare celebri, di andare sulla bocca di tutti e d’esser rispettati. Questo è il sogno dello zingaro che decide di mettere a segno una serie di rapine per uscire dal piccolo giro della droga e fa’ li sordi veri.

In questo spaccato di minute esistenze, Enzo vive tra i suoi rifiuti nella periferia romana, facendo piccoli lavori criminali per sbarcare il lunario e nutrendosi di fruttoli alla banana. Per sfuggire a un inseguitore si butta nel Tevere e, accidentalmente, sfonda con il piede un bidone di sostanze tossiche. Dalla sporcizia del lungotevere, sporco di petrolio, emerge così un nuovo eroe, un eroe piccolo e sporco, un mezzo criminale. Un eroe che non sa di esserlo, che non vuole esserlo, se non fosse per Alessia che vede in lui, il suo acclamato Jeeg Robot.

Lo chiamavano Jeeg Robot è un film pulp e duro, che prende in prestito lo stile discorsivo dei film dei cinecomic per poi tradire l’attesa in un racconto all’acido muriatico sulla nostra realtà. Non ci sono cattivi titanici che perseguono grandi obiettivi come la distruzione del pianeta terra – malvagi, certo, ma con una vocazione universalistica che si eleva oltre le semplici vicende personali – bensì malavitosi violenti assetati di fama e di applausi, che invidiano le star di YouTube e inseguono il sogno italiano, quello che alimenta trasmissioni come il Grande Fratello. La celebrità. Allo stesso modo il buono, l’invincibile e incorruttibile Jeeg Robot è un uomo vinto dalla vita e corrotto dalle necessità. Un eroe incapace perfino d’amare chi lo ammira come un santo, approfittandosi – in una scena assai discutibile di violenza fisica – della giovane e bellissima malata mentale che per prima, e unica, crede in lui.

Un film che stupisce in una regia solida, ma soprattutto grazie a una caratterizzazione dei personaggi inedita. Lo zingaro (un incredibile Luca Marinelli) è già salito nell’olimpo dei miei evil preferiti, con la sua passione trash per la musica italiana, le sue giacche porpora brillantinate, il karaoke, l’ultraviolenza. E poi c’è lei, lei che da sola è stata capace di rendere lirico il film. Ilenia Pastorelli ci regala un’interpretazione sublime raccontando la violenza domestica e gli abusi perpetuati ai danni delle persone malate.
In un mondo corrotto, l’unico che può salvarci non è Jeeg Robot, ma noi stessi. Con tutti i nostri malanni, le nostre colpe e le nostre imperfette e luride virtù.

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