Il film danese Le mele di Adamo (Adams æbler) mi ha messo a dura prova: mi sono ritrovato, dopo un’ora di film, a tifare per un naziskin-armadio che picchiava a sangue un pastore protestante hippy e buonista – nientedimeno che Mads Mikkelsen -, che molto probabimente scrive le frasi dei baci perugina nel tempo libero.
Come è potuto succedere? Sarà merito del regista Anders Thomas Jensen, che riesce a raccontare una storia semplice di un naziskin – che si chiama…Adam! – che, uscito di galera, viene mandato a vivere con un pastore protestante per un percorso di riabilitazione, in un modo straordinario, mai banale, pieno di simbolismo e continui contraccolpi.

I temi affrontati sono difficili, come la malattia, la perdita, l’errore, l’omicidio, eppure il film è dotato di una leggerezza che appare quasi poetica in alcuni punti, esilarante in altri. La comicità, poi, sorprende. Le situazioni, i personaggi secondari come un terrorista islamico, una donna incinta, un ex giocatore di tennis e un cleptomane sono surreali, un po’ fiabescamente grotteschi, tanto da sembrarci quotidiani e comuni, tanto da permettere in quale modo un’identificazione dello spettatore che suscita meraviglia.
La spina dorsale della pellicola sono i dieci comandamenti, raccontati mai in chiave blasfema nè tantomeno celebrativa, silenziosi conducono il gioco, uno dopo l’altro, portandoci a rivedere continuamente da che parte stare.

Molto bravo Sebastian Blenkov, direttore alla fotografia, che costruisce un’ immagine dinamica, dai colori cupi che trovano il loro equilibrio nel rosso scuro e nel blu. La fotografia crea una storia nella storia, seggestionandomi con dettagli e strutture da fiabe melanconiche e buie di Andersen. La luce, usata per ottenere un’ illuminazione piena, è rischiarante, ma al contempo fredda, alogena, portandomi a chiedere se sia la luce divina di Dio o quella umana della follia.

Voto