In una luce morbida una bambina salta nel lettone dei genitori. Una donna stanca sorride e chiede di dormire ancora un po’. Il marito gioca con la figlia, coinvolgendo appena la moglie in un tenero abbraccio che è già simbolo di una lontananza non solo fisica. Si toccano appena, e quando avviene, Cindy prima s’abbandona e poi si scosta. Dean è spesso ubriaco e la bellezza di Cindy si consuma in piccoli gesti ripetitivi di lei che indossa gli orecchini o i jeans, svogliatamente. D’un tratto non si è più lì, in quella casa stretta e claustrofobica: siamo in un mondo luminoso, dove Cindy ha il sole nei capelli e Dean le sorride, pronto a tutto per conquistare il suo amore a prima vista.

Non si tratta di un film d’amore, ma di un film su un amore. Un amore che consuma e si consuma dietro la “cattiva sorte” di un matrimonio. Ciafrance costruisce una narrazione alternata su due binari temporali, quello principale del presente e quello costruito in analessi, del passato. S’intrecciano e si sovrappongono grazie alla colonna sonora che è quasi totalmente composta da brani dei Grizzly Bears, decadenti ed emozionanti, e diventa più forte quando il regista lascia che dialoghi di un momento temporale inizino o si concludano in un altro, generando un’ambiguità temporale del racconto che non è altro che l’indissolubile intreccio della storia della nostra vita. Noi siamo e siamo stati; e ciò che siamo e siamo stati ci renderà ciò che saremo.
La duplicità di questo amore viene raccontato anche dalla fotografia e dalle scelte di regia. Mentre nel presente le inquadrature sono costruite con piani medi o a figura intera, dove entrambi sono sempre fisicamente presenti nella stanza generando, così, claustrofobia compositiva e sovraffollamento emotivo; nel presente i campi si allargano, il diaframma si apre. Entra luce e loro sono spesso soli nell’inquadratura. Nel passato, dove ancora non hanno compiuto delle scelte: tutto è possibile. Il futuro è una strada assolata ricca di luminose promesse, dove la giovinezza e l’entusiasmo sono negli occhi dell’altro. Non c’è conflitto: l’inquadratura è la loro libertà di movimento, lo spazio è la promessa che l’altro ci amplifichi e non ci riduca. Il presente è cupo, rannicchiato in spazi angusti. L’altro ci soffoca, ci costringe a dibatterci in un angolo della scena: le sue scelte sono ricadute sulle nostre e la vita ci ha preso la giovinezza e quelle speranze che si sono infrante nell’alcolismo e nell’insicurezza di entrambi.

Ryan Gosling e Michelle Williams si riconfermano tra i più grandi interpreti del nostro tempo, regalandoci due personaggi indimenticabili. Dean e Cindy sono veri, umani, sono fatti di carne che non è filmica, ma ha il sapore dei nostri sogni e dei nostri fallimenti. Si consumano insieme ai loro personaggi decadendo non solo esteticamente, ma anche in termini di energie dei gesti: come giocattoli dimenticati le cui pile non sono state ricaricate. Un film potente e bellissimo che racconta le nostre paure e gli insuccessi quando smettiamo di curare il nostro amore e ci lasciamo andare alla deriva dei nostri sogni. Mollemente, abbandonati alla corrente, lasciandoci sopraffare dalla stanchezza della quotidianità.
    Ci s’innamora per caso, tra le porte di un istituto di degenza per persone anziane, ma l’amore si costruisce giorno dopo giorno. Ci s’innamora accidentalmente, ma l’amore si fa.

You always hurt the one you love
The one you shouldn’t hurt at all
You always take the sweetest rose
And crush it till the petals fall
You always break the kindest heart
With a hasty word you can’t recall

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