Ned Weeks è uno scrittore, lo sguardo duro, le sopracciglia che si corrugano e si sciolgono in un sorriso tiepido tra le spiagge di Mikonos, meta estiva della comunità gay. Non ci sono sguardi di ammirazione per lui sul bagnasciuga, per lui che ha attaccato duramento lo stile di vita omosessuale attribuendogli parzialmente la colpa del rigetto da parte della società, per la loro promiscuità. È lui a capire prima di altri che la malattia che ha colpito alcuni omosessuali è, in realtà, una vera e propria epidemia: un virus che solo l’inascoltata dottoressa Emma Brokner sta studiando e sta cercando, con tutte le sue forze, di fermare.

Ned Weeks è un personaggio borderline: è in qualche modo escluso sia dalla società cosiddetta straight che dalla comunità omosessuale, pur dedicando la sua vita alla lotta dei diritti di quest’ultimi. Lo sguardo teso, l’aria malinconica, gli eccessi d’ira e la sua nascosta fragilità: Mark Ruffalo riesce a far emergere tutta la complessa personalità dello scrittore realmente esistito Kramer (dal quale omonimo libro è tratto il film) e lo fa consentendoci di attraversare un intero periodo della nostra storia recente. Il liceo, le urla, le campanelle che scandiscono le elezioni, lo sguardo del quarterback su di noi, i suoi occhi che ci percorrono come una scossa di corrente elettrica. La famiglia, l’ambizione, le aspettative e drammaticamente il rifiuto. Gli affetti, che si fondono in questa figura complessa e ambivalente del fratello Ben (interpretato da un eccelso Alfred Molina) che racchiude nel suo broncio il desiderio di protezione del fratello, ma anche la profonda incomprensione della sua diversità che vuole continuamente normalizzare nelle parole e poi nei fatti.

Il dibattito sui diritti lgbt torna, in questi giorni, più forte che mai dopo la storica sentenza della Corte Suprema americana di estendere a tutti gli Stati Uniti d’America il diritto costituzionale al matrimonio anche a persone dello stesso sesso. Al racconto universale delle paure e delle insicurezze dell’adolescenza, in cui chiunque può facilmente immedesimarsi, s’intreccia quello particolare in riflessioni inedite sull’omosessualità. Se politicamente sarebbe meglio per la comunità gay eccedere di meno in modo da rendere più facile la loro accettazione da parte della comunità, non sarebbe, forse, un tentativo di normalizzazione della diversità? Anche la riflessione sulla promiscuità omosessuale arriva come un pugno dritto in faccia: è un omosessuale, Ned, (ma prima ancora della finzione c’è la verità, attraverso Kramer) a condannare lo stile di vita sessuale della sua comunità, definendoli – in un litigio dai toni duri – come disabili ad amare, come l’impossibilitati, forse a causa di regole di mimetismo e repressione non certo volute da loro, ad amare veramente una persona, ad avere rapporti stabili, liberi di convivere, ma altrettanto liberi di scegliere per sé una vita improntata solo sulla liquidità dei rapporti. I lustrini vengono via, il colpo è duro. Emerge una verità semplice e nuda sotto i corpi lisci di Ned e Felix che fanno l’amore più volte, che mangiano il gelato davanti un film, che parlano sul divano, che pranzano, che ridono: il sogno adolescenziale del grande amore che non ci farà sentire più soli è di tutti, per quanto spesso questo venga dimenticato. Una società spietata si riflette nella prestigiosa testata del NY Times che vuole un gay, che scriva di cose gay per i gay, ma che non dica di esserlo; ma anche in una comunità che si schiera dalla loro parte pur non appartenendo alla categoria, sebbene siano a loro volta parte di altre minoranze: donne, disabili, lesbiche.

Il tema complesso viene affrontato con coraggio e completezza mentre il misterioso virus porta vie vite umane nell’indifferenza di altre. L’AIDS ha ucciso, a oggi, 36 milioni di persone. Love (not always) wins.

“..era te che immagivano per tutti questi anni, da quando ero ragazzo”.

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