La camera è fissa, non saprebbe muoversi abbastanza velocemente da seguire Stephen lungo le strette strade ciottolate di Cambridge, sulla sua bicicletta. Si sposta, si ferma, lo attende: ecco le ruote che stridono, risate che riempiono l’aria, la freschezza della gioventù su un sellino. Mentre lui cammina verso le aule, o siede in un pub, una macchia azzurra ossessivamente percorre l’inquadratura, una macchia azzurra fatta di un vestito svolazzante, occhi chiari e capelli castani.
Stephen e Jane sembrano uniti dal destino prima ancora che dall’amore, e fin dall’inizio si ricorrono, si sfiorano, non si vedono e poi s’incontrano. Due mondi apparentemente così diversi, quello della fisica e della poesia, si confondono in discussioni su Dio e sulle cose che ci circondano. Alla loro storia d’amore s’intreccia una ricerca lunga una vita di quello che è uno dei più grandi fisici esistenti: Stephen Hawking.
Può l’amore superare le barriere fatte di muscoli atrofizzati della malattia? Quando il suo sguardo si perde oltre i vetri di una stanza – che è diventata una trappola con il suo letto a castello – c’è lei. I suoi occhi non vanno mai a vuoto, il vuoto si colma del loro amore, del loro entusiasmo. Nelle piccole cose di ogni giorno, in quelle cose condivise, in quelle cose banali e sottovalutate, lui s’accende e trova l’idea giusta. Il film si costella così di tre punti di svolta (scientifica e narrativa) partendo da tre momenti insignificanti. Il latte che si perde circolarmente nel caffè nero è il mistero del cosmo sconfinato in una scia di stelle, il fuoco crepitante osservato attraverso un maglione che da solo non può più mettersi, e ferocemente lo blocca, è una supernova che collassa e la tavola per comunicare, con i suoi angoli, i suoi riti, è il ritorno al tempo, alla sua nascita. Without imperfection, neither you nor I could exist.
A ispirarci sono le nostre vite imperfette, e le difficoltà sono sempre dei punti di partenza. Non c’è buonismo in questa frase, perché la malattia moto-neuronale di Stephen Hawking lo ha paralizzato nemmeno troppo lentamente, e non c’è stata gentilezza in come i muscoli smettevano di rispondere a un cervello tanto indomito. In questo, the Theory of Everything è sprezzantemente onesto nel suo romanticismo: la malattia ha sopraffatto lui, ha sfiancato lei fino a fargli pensare che due persone sole non bastassero più, trattando la sessualità dei disabili con una semplicità esemplare senza fare né misticismo né pornografia d’intenzioni. Anzi, a separare ciò che Dio ha unito, è proprio il dis-abile, è lui quello che preferisce un’altra donna a quella che lo ha accompagnato tutta la vita. Senza dimenticarla o umiliarla: la verità delle cose è sempre più complessa di un cliché qualsiasi.In una fotografia pastellata da balli anni ’50, un superbo Eddie Redmayne, attraversa con grandi difficoltà lo schermo. Quando la malattia lo impugna, lo spezza e il medico gli dice “you have no more time”, lui decide che è del tempo che studierà – I want to put back the clock. Se il tempo del vivere gli è contro, lui se ne innamora. Così, in quarant’anni di studio, torna a ricongiungersi, anziano, a quella coppia meravigliosa e bruciante che, una sera, una festa per dottorandi, parlavano di Dio e del Cosmo. Se un tempo non credeva in Dio, ha sempre però creduto nella propria volontà e nella bellezza delle cose. Look up at the stars, don’t down at your feet: la scienza diventa misticismo, magia. La scienza è quello che ci fa alzare gli occhi al cielo per tendere a quel qualcosa di più grande e inspiegabile.

-Professor Hawking, lei ha detto di non credere in Dio… ha una filosofia di vita che la aiuta?
-E’ chiaro che noi siamo solo una razza evoluta di primati su un pianeta minore, che orbita intorno ad una stella di medie dimensioni nell’estrema periferia di una fra cento miliardi di galassie…Ma…Fin dall’alba della civiltà, l’uomo si è sempre sforzato di arrivare alla comprensione dell’ordine che regola il mondo. Dovrebbe esserci qualcosa di molto speciale nelle condizioni ai confini dell’universo. E cosa può essere più speciale dell’assenza di confini? Non dovrebbero esserci confini agli sforzi umani. Noi siamo tutti diversi, per quanto brutta possa sembrarci la vita, c’è sempre qualcosa che uno può fare e con successo. Perché finché c’è vita… c’è speranza.

Voto