Zero Mustafa è il misterioso proprietario del decadente Gran Budapest Hotel, un hotel che fu di lusso su un picco innevato. Pur essendo il proprietario, dorme in una stanzina minuscola senza finestre, con appena lo spazio necessario per muoversi. Uno dei radi ospiti della mastodontica e morente struttura, uno scrittore, è incuriosito dalla storia di quell’uomo che ascolterà in una lunghissima cena, narratagli dallo stesso.
L’intero film di Anderson è un elogio al racconto, sia nel suo confezionamento strutturale con i suoi ben tre cambi di formato che è una narrazione del Cinema, che nel suo confezionamento narrativo, una scatola cinese di persone che raccontano. Lo scrittore racconta di Zero che racconta. Una narrazione fantastica eppure realistica (come sempre per Wes Anderson) dove i ragazzi sono impavidi e adulti e gli adulti sono pavidi e bambini.

Zero è un ragazzo immacolato, l’ultimo guerriero contro la decadenza dello spirito: un lavoratore ostinato, un garzoncello fedele e un amico leale di Mousier Gustave un uomo furbo, di un dandy stucchevole eppure amabile, che “ama” tutte le sue anziane amanti. Una di queste, Madame D., muore lasciandogli in eredità un mirabile dipinto. Ragazzo con mela. E subito gli adulti si azzuffano come in un gioco di bambini con regole da grandi. Prigione, evasione, assassinii, patisserie francese, amicizia, amore, malattia e morte. Tutto questo con un cast stellare che arricchisce e rende indimenticabile ogni singolo personaggio, tra cui voglio citare in particolare l’ammaliatore Ralph Fiennes, il mefistofelico Adrien Brody, il turpe scagnozzo Willem Dafoe e infine l’adorabile Saoirse Ronan che si conferma un’attrice di gran talento. Impossibile non citare tutti gli altri con Bill MurrayEdward NortonHarvey KeitelJude LawTilda SwintonLéa SeydouxOwen Wilson e Jason Schwartzman.

Anderson costruisce una storia complessa dove i numerosi personaggi non sono mai superficiali comparse, ma l’autentico approfondimento grottesco o lirico dell’animo umano in una storia, che nella fotografia pastello del fidato direttore alla fotografia Yeoman, parla dei totalitarismi con ironia ma ferocia. Anderson nel suo ottavo film sembra calcare meravigliosamente la mano su quel cinema francese a cui ammicca, riccamente contaminato del più fumettistico americano, passando per un gusto alla battuta tutto britannico. Semplicemente Anderson realizza un film alla Wes Anderson, unico e dolcissimo dove l’amore puro vince sempre, senza mai dimenticare il retrogusto amaro del mondo adulto, deludente. E proprio così, il Grand Budapest Hotel come la Casa degli Usher è la trasposizione dell’animo dei due uomini che l’hanno reso “Grand(e)”: con la morte di Mousier Gustave e l’ingresso nel mondo adulto di Zero con la perdita dell’amore quell’hotel scurisce i suoi colori, il rosa caramella diventa senape, e i decori come glassa sono solo tendine blu. La memoria, il racconto, lo illumina per una notte.
Come la memoria dello scrittore Zweig a cui Anderson dedica il film, uno scrittore di cui ci rimane pochissimo: i nazisti ne bruciarono le opere. Così come i totalitarismi hanno ucciso Mousier Gustave.

I più commoventi fra questi individui erano per me – quasi m’avesse già sfiorato il presagio del mio futuro destino – gli uomini senza patria.

Stefan Zweig


Voto