Joe è una ninfomane. Giace inerme in un vicolo, ma non raggomitolata su se stessa, ma quasi crocifissa al suolo, con le braccia generosamente aperte. Joe paga per i peccati degli altri. L’inaffettività della madre, la lussuria, il tradimento, la debolezza, il cinismo e persino l’amore. Selingman, un uomo di mezza età la soccorre portandola a casa sua e ascoltandone la storia. Selingman, colui che è felice, è il tramite di Joe per la sua coscienza. Il Caronte pietoso che con ostinatezza dolcissima cerca di dissolvere l’aggressività della donna. Un’aggressività celata dietro il viso atarassico e placido e rivolta solo verso se stessa. Selingman opera un parallelo tra le vicende di Joe e la pesca che è qualcosa di più che un mezzo per sdrammatizzare il racconto: è l’accostare l’uomo alla natura, un ricongiungimento alla serenità costruito con le parole e le immagini, dove quei racconti di pace sfumano i loro tratti in quelli sessuati e turpi della ragazza, confondendone le linee nette, smussandone gli angoli e dandogli nuova bellezza.

Una fotografia meravigliosa e clinica, come clinico è lo sguardo del regista che piega il mezzo al racconto dove il sesso diventa scabroso non perché pornografico, ma perché ci mostra la nostra fragilità, la fragilità di una donna che ha avuto centinaia di uomini, ma è come se andasse a letto sempre con lo stesso. Quell’unico, il primo. Colui che segnerà, ben due momenti significativi e traumatici nella vita di Joe.
Centrale anche un altro uomo: la figura paterna, anch’essa come Selingman legata all’elemento della Natura, che Lars Von Trier sembra far coincidere con i momenti di calma del racconto, con i momenti felici. Noi siamo felici quando agiamo secondo natura, quando siamo noi stessi e non schiavi delle costruzioni artificiose dei nostri dogmi e malattie? E perché il frutto dell’artificio si chiama proprio Joe? È un nome maschile, un nome ambiguo, così come quel giovane corpo senza curve, immaturo; allo stesso modo il suo modo di vestire è fermo a quello di pre-adolescente, con maglioni larghi, gonne lunghe plissettate alle ginocchia, maglioncini casti color caramella. Joe non cresce mai, è sempre chiusa in quel corpo di bambina cui la madre dava le spalle, non dava attenzioni e lei impara ad avere attenzione usando il suo corpo, un corpo estraneo, come sua madre. È con una forza schiacciante che la figura materna, così poco presente nelle inquadrature come nella narrazione, si rivela essere uno dei fulcri del racconto, costruendo l’identità della figlia sulla sua assenza. Due volte appare sullo schermo, due volte ci gira le spalle. A noi spettatori e a Joe.

Un cast altissimo sostiene la drammaticità di un racconto dove nulla è lasciato al caso, ogni dettaglio, ogni movimento di camera. A questo proposito la regia predilige campi medi e lunghi creando una distanza tra la narrazione visiva e lo spettatore. Una distanza che è quella della protagonista dalla sua vita, che giudica, sentenzia, senza mai perdonarsi.
La pornografia si sposa al rigore della fotografia, in numerose citazioni alla religione, all’arte e alla musica in una colonna sonora eclettica e violenta, come le immagini che si spezzano tra le fronde degli alberi e penetrazioni asettiche. Arriviamo con uno strappo alla fine, con un urlo che ci scuote e ci scombussola ora che credevamo di sentire il sollievo dell’ingrediente segreto. E noi siamo lì, scossi, ad attendere il secondo volume.

L’ingrediente segreto del sesso è l’amore. Nymphomaniac.


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