Theodore per mestiere scrive. Scrive lettere a mano perché le persone non lo fanno più. Alla sua sensibilità e al suo talento sono affidate migliaia di corrispondenze decennali: amori si sono costruiti su un dettaglio di una lei che lui non ha mai visto, ma è stato l’unico a notare. Da frasi veloci, scritte su email, clienti paganti riassumono in fretta il sentimento da trasmettere. E Theodore è lì, che da “Scrivi una lettera a Louise, mi manca”, tira fuori un mondo romantico e purissimo fatto del loro primo incontro, del loro primo bacio, del loro amore, della sua mancanza.
Pur amando centinaia di persone e amando per loro, Theodore è solo. -Flash- Lei che ride, che lo afferra da dietro. Lui le scosta i capelli, piano. Luce, sorrisi. Catharine è ancora con lui nei suoi ricordi. Affolla, ingombrante presenza, le stanze della sua mente senza popolare quelle stanze fisiche e vuote in cui si addormenta la sera. Forse è per questo che non vuole firmare le carte del divorzio, l’incompiutezza di quel processo legale lo fa sentire autorizzato a tornare e ritornare su un tempo in cui erano felici insieme, un tempo lontano, un tempo sbiadito.

Proprio nella solitudine viene attirato da un lancio di un nuovo OS1, sistema operativo, che è molto di più che un programma: è un essere con una coscienza, con dei sentimenti. Samantha.

La voce di Scarlett Jonhasson ci accompagna roca e sensuale attraverso la storia, e, nel buio della stanza, facciamo anche noi l’amore con quella voce eccitante e morbida, dimenticandoci, come Theodore, nella solitudine e nell’oscurità della sala, che è solo una voce. L’aver scelto un’attrice così conosciuta e riconoscibile dalla sola voce, come la talentuosissima Scarlett, è un’idea vincente perché, durante tutta la narrazione, la nostra mente dà un esatto corpo a quella voce suadente, delle curve, dei seni, un viso, un sorriso. Nello spettatore si compie il gioco erotico, romantico e decadente che si avvera nella testa di Theo e a tratti dimentichiamo cosa sia Samantha. Una donna che lo ascolta, che ride con lui, lontana dall’imperfezione di un essere umano, dalla sua limitatezza. Eppure piano s’insinua la distanza, fisica e materiale, tra un OS e un essere umano, tanto da arrivare a coinvolgere una terza persona, Isabella, che dovrebbe rendere possibile il rapporto fisico tra gli amanti virtuali. Ma i sentimenti umani sono complessi e profondi e non possono essere appagati secondo una ricetta.
Una fotografia toccante, in colori caldi e vintage, ci porta così in un futuro che è già il nostro presente e ci lega indissolubilmente al nostro passato. Un lavoro che è andato di pari passo con quello dei costumisti che combinano l’abbigliamento vintage all’ipertecnologia in un continuo progresso che è malinconia di ciò che è stato. Nella meraviglia dell’occhio, percepiamo l’azzurro dello sguardo solo di Theodore interpretato profondamente da Joaquin Phoenix. Nel suo giacere rannicchiato in quel grande letto in un appartamento che, gradualmente, si riempie e poi si svuota, come il suo cuore ferito, appagato e poi svuotato, ricostruisce il Theodore che è dentro di noi.

Theodore vive insieme con qualcuno, ma è un uomo solo quello che attraversa continuamente lo schermo, quello che va in montagna, che torna da lavoro, che cena. Il tavolo è sempre apparecchiato per uno. Jonze riesce nei movimenti di macchina a spaccare la narrazione a metà. Durante l’idillio la macchina è tenuta all’altezza del viso come se l’occhio della macchina da presa fosse l’occhio di Samatha, confezionando la sensazione della presenza di lei; ma quando si crea la frattura, la regia cambia. I primi piani si lacerano in campi medi e lunghi rivelando la solitudine di un uomo.

Che cosa amiamo quando affidiamo tutto a uno schermo? Quando arriviamo a pensare che toccare o dividere un panino sia meno importante che parlare, cantare o ridere? Quando filtriamo i nostri rapporti in un’email e non scriviamo più lettere a mano? Spike Jonze ha il coraggio superbo di andare fino in fondo a questa narrazione apocalittica travestita da romantica, senza mai scadere nello stereotipo, arrivando ad un epilogo magniloquente. In una colonna sonora meravigliosa curata dagli Arcade Fire, si strugge il nostro cuore, mentre, ancora immersi nella luce del cinema, ci voltiamo verso il cappotto. È arrivata una notifica. Facciamo scorrere il dito sullo schermo e postiamo la nostra emozione di essere a cinema su un social network , senza accorgerci che stiamo già da un po’ con Samantha.

I’m lying on the moon My dear, I’ll be there soon.

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